Sempre più spesso avete notato che la mia pagina ospita capi vintage dell'abbigliamento tradizionale Giapponese come i Kimono e gli Haori. Non è una passione dell'ultima ora, tanto che raccontando un po' di me, posso dire che è un percorso che nasce da un altra mia esigenza, quella della letteratura. Anche della letteratura giapponese: antichissima, rigogliosa, puntuale. Sì puntuale, io la descrivo sempre come meticolosa. Vorrei spiegarmi meglio. In un libro recente di Ogawa, ho sottolineato queste righe: «Non appena arrivai a casa, io e Rūto ci mettemmo subito al lavoro. Io tagliavo la bustina con le forbici e mio figlio ne estraeva il contenuto per esaminarlo. Era l’unica cosa da fare, ma unendo le nostre forze ed eliminando i passaggi inutili riuscimmo a progredire con precisione in quel lavoro. In un breve lasso di tempo acquistammo un’abile tecnica per maneggiare le figurine. Rūto arrivò addirittura a distinguere i diversi tipi al tatto.» E ancora, in un testo di Kawakami, La cartella del professore, mi sono segnata questo passaggio: «Il professore sistemò l’asse da stiro accanto alla poltrona e si mise subito al lavoro. Era sorprendente che sapesse alla perfezione cosa fare: da come estrarre il filo elettrico e accendere il ferro a come regolare la temperatura. Allargò la tovaglia, da buon matematico la divise in sedici parti uguali, che stirò poi a una a una. Spruzzò due volte con il vaporizzatore, avvicinò la mano al ferro per controllare che non fosse troppo caldo e lo posò sulla tovaglia. Lo teneva ben stretto in mano e lo faceva scivolare con prudenza, attento a non rovinare il tessuto, ma sempre con un certo ritmo. Aggrottava la fronte, allargava le narici e controllava bene che le pieghe fossero sparite come lui voleva. In quel gesto si intuiva gentilezza, decisione e perfino amore.» Ecco: quando parlo di "puntualità" ( e mi viene in mente Mark Rothko: "Silence is so accurate") mi riferisco proprio alla fenomenologia della quotidianità, che sovverte la quotidianità, la elegge e la porta all’attenzione. Uno spazio che è donato ai dettagli, dettagli di situazioni ordinarie che smettono di essere banali perché a notarle è un personaggio consapevole. Io, tu, noi (non tutti, alcuni). In Giappone (sono stata in Giappone? Pico Iyre dimmelo tu!) sono venuta a contatto con piccoli gesti consueti che proprio per questo spazio donato alle cose minute, queste stesse si sporcano di eternità. Tutto questo io l'ho trovato - anche - nell'abbigliamento tradizionale e nella cerimonia della vestizione. E facendo un passo indietro, nelle botteghe dei sarti. Chi possiede un kimono, un juban, un haori, può vedere la precisione di punti di filo tutti uguali. Può intuirne l'accuratezza e quanto di quell'uomo ci sia in quell'atto quotidiano. I kimono e gli haori - che scelgo per vocazione solo creati fra gli anni '40 e '60 - mi stregano per i tessuti formidabili, le tecniche antiche di decorazione, i colori. Ma oltre questo aspetto eclatante, mi strega quello che non si vede: l'uomo, la sua mano che si muove lieve in una creazione senza tempo. E in un mondo in cui abbiamo tanti modi e strumenti per dire le cose, ma tante poche cose da dire, per me tutta questa accuratezza è un valore.In uno degli ultimi market a cui ho partecipato, @eastmarketmilano, ho condiviso alcune gioie silenziose con una ragazza che ha acquistato un "mio" haori: Valentina.

Il mio unico difetto è averglielo venduto, quando sarebbe stato più naturale regalarglielo: siamo dei retrogradi, per vivere abbiamo ancora bisogno dei soldi. Ma questo è un'altra storia. Che arriverà.